Il Cinema italiano


Il cinema è stato indubbiamente l'arte che megglio ha saputo incarnare la grande svolta che il Novecento ha rappresentato nella storia dell'uomo, non solo per la modernità tecnologica dei suoi mezzi, ma anche, e in senso più profondo, perché ha saputo dar voce e influenzare una nuova società con diverse esigenze estetiche. Il cinema è stato il mito e il rito di una nuova umanità: nuovo dizionario di simboli e comportamenti in un mondo che ha bruciato i suoi vecchi vocabolari, nuova forma di comunione sociale nell'era dell'avvenuto della massa.

Diviso tra documentazione, ricostruzione della realtà e finzione, il cinema ha un rapporto privilegiato con la storia: ne può ricostruire le fasi e i momenti fondamentali con estrema verosomiglianza e nello stesso tempo può offrire un utile strumento di riflessione sugli avvenimenti raccontati, letti attraverso l'interpretazione non solo dell'autore ma anche dello spettatore che può così esercitare le proprie capacità critiche.

Il film ha catturato l'imaginazione della gente italiana sin dalla prima dimostrazione per i fratelli Lumière a Roma il 12 marzo 1896. Incoraggiato da intellettuali come Gabriele D'Annunzio, i film italiani diventarano sempre più sofisticati e rispettati dal resto dell'industria. Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone,che fece un star di Bartolomeo Pagano a titolo di Maciste, diede la preminenza internazionale al cinema italiano.

Opposto al credo comune, durante il periodo fascista i film "neri" della propoganda erano superato in grande numero dai film cosiddetto "rose". Mussolini favoriva un cinema che distrava, che era divertente e che confermava il consenso dello Stato. C'erano opere di costume come 1860 di Alessandro Blasetti, ma il pubblico preferiva le commedie con il tocco di Hollywood. Di conseguenza, più della metà dei 639 film prodotti fra il 1930 e il 1944 erano spettacoli leggeri. Ironicamente, l'industria fascista fornì l'infrastruttura per il revival postbellico del cinema italiano.

Il termine filosofico "Neorealismo" fu usato per la prima volta nel 1942 da Antonio Petrangeli nella pubblicazione 'Cinema'. Petrangeli usò questa parola per descrivere il film Ossessione . Si referiva all'ambientazione e al senso di autenticità sociale del film di Visconti. Il termine Neorealismo verrà usato per descrivere il fenomeno culturale che interessò in Italia, nel secondo dopoguerra, la letteratura e soprattutto il cinema. La vittoria democristiana del 1948 determinò una svolta culturale conservatrice, che fa entrare in crisi il Neorealismo e lo stravolge.

Gli anni cinquanta rappresentavano un periodo di transizione, durante il quale alcuni produttori cinematografici si allontanavano dal Neorealismo. Luchino Visconti scelsè l'opulenza operistica in Senso (1954) e nuovi registi come Antonioni e Fellini trasgredirono le forme tradizionali di narrativa lineare.

Il 1960 fu un momento critico nella storia del cinema italiano, grazie al successo domestico e internazionale di La Dolce Vita di Federico Fellini, L'Avventura Michelangelo Antonioni e Rocco e i Suoi Fratelli di Luchino Visconti.

Otto e Mezzo di Fellini era un'opera innovativa e diversa da tutto quello che era venuto prima. Allo stesso tempo, primi film di Pier Paolo Pasolini, Accatone (1961) e Il Vangelo Secondo Matteo (1964), ed altri come Le Mani sulla Città di Francesco Rosi (1963) mettevano in risalto il fatto che dappertutto in Italia la povertà rimaneva, nonostante il cosiddetto "miracolo economico".

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